NASCITA DI UNA FONDAZIONE  di Mauro Harsch

 

 Capitolo 1

Medjugorje

 

La chiamata

Durante l’estate del 1984 trascorsi un lungo periodo di vacanza a Sobrio, un piccolo villaggio di montagna poco distante dal massiccio del San Gottardo, in Svizzera. Lassù ebbe inizio un’avventura che in breve tempo avrebbe trasformato completamente la mia vita.

Allora ero un cristiano tiepidissimo e alquanto diffidente nei confronti della Chiesa che consideravo un’organizzazione piuttosto chiusa, oscurantista e dominatrice di coscienze. Ero alla ricerca di qualcosa che non riuscivo a trovare, qualcosa che potesse dare alla mia vita un valore più profondo. Spesso m’interrogavo sul vero senso dell’esistenza umana, consapevole che in questa ricerca interiore anche l’amore per la musica – l’arte che sin dall’infanzia aveva entusiasmato la mia vita – avrebbe potuto assumere una dimensione nuova. Per qualche tempo mi ero pure avvicinato a pratiche di meditazione trascendentale, connesse a varie correnti filosofiche, che avevano creato in me un particolare benessere spirituale. Presto però questa soddisfazione si era rivelata illusoria e deludente.

A Sobrio quindi, nell’agosto del 1984, sfogliando una rivista italiana mi capitò sotto gli occhi un ampio servizio dal titolo quantomeno strano: La Madonna appare in un piccolo paese della Jugoslavia! Dal 24 giugno 1981, a Medjugorje, sei ragazzi asseriscono di vedere quotidianamente una misteriosa “Signora” che dà loro messaggi di pace, d’amore e di riconciliazione. Migliaia di fedeli, molte guarigioni, innumerevoli conversioni! Tra una risatina e l’altra lessi l’articolo, non riuscendo a credere che alle soglie del 2000 una rivista seria potesse pubblicare notizie del genere.

Pochi giorni dopo, sempre a Sobrio, uno strano sogno mi fece riflettere molto. Sopra una grande collina vidi apparire uno splendido arcobaleno la cui luminosità suscitava una sensazione di grande beatitudine. Di colpo la visione fu interrotta da una forza che mi fece piombare violentemente in ginocchio provocandomi un acuto dolore fisicoMi svegliai di soprassalto e mi chiesi come avessi potuto provare un tale dolore, poiché in realtà non ero caduto. Il fatto più sconcertante era che, da sveglio, le ginocchia mi dolevano ancora. Non seppi darmi una risposta.

Fu uno dei segni che adagio adagio mi portarono a credere che Dio, al momento giusto, tocca il cuore e la mente di ogni uomo, lasciandogli tuttavia la libertà di seguirLo oppure no. Da quel giorno il racconto dei sei ragazzi di Medjugorje ritornava sempre più spesso fra i miei pensieri e inspiegabilmente qualcosa mi spinse a rivedere il mio giudizio sul tanto ridicolizzato articolo. Come dal nulla nacque in me il desiderio di recarmi in quel lontano villaggio dell’Erzegovina. Fu una sorta di chiamata.

 

La decisione

Il richiamo diventava di giorno in giorno sempre più insistente e a fine novembre dello stesso anno ci fu la svolta decisiva.

In una libreria di Como m’informai se esistesse una pubblicazione dedicata alle apparizioni mariane in Jugoslavia. La giovane commessa sorrise e mi chiese: “Medjugorje?”. Sentendo pronunciare quel nome (era la prima volta) fui preso da un sentimento di stupore. Mi trovai fra le mani il libro del teologo francese René Laurentin La Vergine appare a Medjugorje?, che sfogliai con interesse. Mi decisi. Dovevo assolutamente recarmi in quel luogo.

Tornando da Como incontrai un’amica cantante che da parecchio tempo non vedevo. Parlammo un po’ delle nostre attività e le accennai del mio progetto di pellegrinaggio. Rimase senza parole. Anche lei, proprio in quel periodo, aveva programmato un viaggio a Medjugorje. Ci accordammo: durante le vacanze natalizie saremmo partiti insieme.

 

Verso la meta

Giunse il Natale. Le condizioni meteorologiche erano pessime e le previsioni ancora peggiori. Tutti ci sconsigliarono di partire e dopo non pochi inconvenienti e ripensamenti decidemmo di rimandare il viaggio di qualche settimana.

Finalmente, la mattina del 18 febbraio 1985 ci avviammo verso la nostra meta. A noi si aggiunsero due altre amiche.

La costa dalmata fu una rivelazione. La bellezza del mare e del paesaggio ci fece dimenticare le ben diciotto ore di viaggio! Trovammo alloggio in un albergo di Mostar. A quell’epoca a Medjugorje non esistevano né pensioni né alberghi.

 

Medjugorje

Arrivammo a Medjugorje la sera del 19 febbraio. Fummo sorpresi nel trovare il piazzale della chiesa completamente deserto. La temperatura era glaciale, il vento soffiava in maniera spaventosa e tutto dava un’impressione di desolazione. Ci venne addirittura il dubbio di aver sbagliato parrocchia.

Entrammo in chiesa. Anche dentro il freddo era pungente. Non c’erano pellegrini, ma solo alcuni abitanti del luogo che recitavano il Rosario. Un frate, all’altare, guidava la preghiera.

Mi inginocchiai...

Improvvisamente sentii nascere in me una gioia intensa, un’emozione libera da ogni suggestione che ancora oggi non riesco a descrivere a parole. Mi ricordai del sogno di Sobrio. Era il medesimo stato d’animo. Dopo essermi rifiutato per anni di inginocchiarmi in chiesa davanti al tabernacolo, di colpo tutto mi apparve sotto una nuova luce! La bellezza e la scorrevolezza delle Ave Maria e dei canti durante il Rosario erano trascinanti. Tutto fluiva come una sorgente d’acqua pura, senza traccia di ripetitività. Le Funzioni, in lingua croata, durarono più di due ore, ma non me ne resi conto. Sembrava che il tempo si fosse fermato. Oggi, citando il titolo del famoso libro di André Frossard, anch’io vorrei dire a tutti: Dio esiste, io L’ho incontrato! 

Fu questo l’inizio di una conversione che mi portò a credere che proprio da quel tabernacolo che per tanto tempo avevo disertato – dall’Eucaristia – scaturisce la fonte della Grazia, della Verità e di tutto ciò che è bene.

Dopo la Messa entrammo in sagrestia e vi trovammo una ragazzina: era Marija, una delle veggenti. Sopraggiunse un vivace frate che, incuriosito, ci chiese da dove venissimo (in quel periodo infatti, a causa delle pessime condizioni meteorologiche, i pellegrinaggi erano stati sospesi). Gentilmente ci diede appuntamento per la mattina seguente nella casa parrocchiale.

 

20 febbraio 1985

In canonica Padre Slavko Barbarić ci parlò di Medjugorje e ci mostrò un documentario sulle apparizioni. Quante accuse e umiliazioni hanno dovuto subire i sei giovani veggenti, le loro famiglie, i francescani della parrocchia, gli abitanti del luogo!

Più tardi ebbi modo di vedere altri filmati che illustravano la realizzazione di importanti test medico-scientifici effettuati sui veggenti nel corso di alcune apparizioni. I risultati di questi studi esclusero l’allucinazione, l’ipotesi di estasi patologica, la possibilità d’imbroglio e confermarono la salute fisica e mentale dei sei ragazzi.

Padre Slavko fu particolarmente felice di apprendere che eravamo musicisti e ci invitò a suonare la sera stessa in chiesa, durante l’apparizione.

A mezzogiorno salimmo sul Podbrdo, la collina delle apparizioni, luogo in cui la Madonna lascerà un segno visibile e permanente a conferma della sua venuta. Come il giorno precedente, il vento soffiava senza tregua. Il sentiero, impervio e delimitato da cespugli spinosi, era una vera via crucis. Le pietre sembravano simboleggiare le tante prove e difficoltà che s’incontrano durante la vita. Ciononostante, su quella pietraia deserta provai una profonda pace interiore. Da lassù si godeva una bella vista sulla piana di Medjugorje: a sinistra il maestoso Monte della Croce (il Krizevac) e, sullo sfondo, la chiesa parrocchiale attorniata da vigneti, campi e prati. Le vecchie case contadine erano raggruppate in piccole frazioni; qua e là pascolavano alcune capre. Sembrava d’essere ritornati ad altri tempi. Tutto emanava un senso di semplicità e tranquillità: una vera oasi di pace.

Nel primo pomeriggio ci dirigemmo verso la chiesa per una prova dell’Ave Maria di Schubert, il brano che avevamo scelto per il grande appuntamento.

Sul piazzale parrocchiale incontrammo un francescano che esclamò: “Oggi niente corrente elettrica!”. Non era quindi possibile utilizzare l’organo. Un po’ rattristati andammo a pranzare a Čitluk, il capoluogo della regione, sperando che nel frattempo la corrente venisse riattivata.

Alle 16.30 la situazione era invariata. Rimanemmo in chiesa a pregare e mezz’ora dopo iniziò il Rosario. Non trascorsero nemmeno dieci minuti quando improvvisamente le luci si accesero! Alle 17.45 l’organo risuonava nella grande chiesa mentre, nel locale attiguo all’altare, tre dei veggenti – Jakov, Ivan e Marija – dialogavano con la Signora.

Non riuscirò mai a spiegare cosa provai in quei momenti. L’emozione – se così la si può definire – vissuta durante il sogno e la sera precedente tornò a rivivere in me, ma con un’intensità ancora più forte. Per la prima volta capii cosa significa pregare col cuore, vivere il Vangelo. Fui pervaso da un grande senso di libertà.

Al termine dell’Ave Maria, mi ritrovai attorniato da un gruppo di bambini del luogo che pregavano con particolare devozione. Un segno che avrei compreso solo molto più tardi.

 

 

 

Capitolo 2

Nascita di una Fondazione

 

Il ritorno

Dopo qualche giorno di vacanza nella splendida Dubrovnik riprendemmo la via del ritorno. Meditai molto su quanto mi era accaduto chiedendomi spesso: perché proprio a Medjugorje? Perché ero dovuto andare in un paesino così povero e sperduto in un paese comunista per scoprire dei valori così grandi? Perché sino allora il cristianesimo non era penetrato in me?

Arrivai a pensare che si trattasse di un fuoco di paglia, di un entusiasmo passeggero e che dopo qualche settimana tutto sarebbe ritornato come prima. Non fu così. Sebbene non raccontai a nessuno cosa mi era accaduto, rimasi più volte sorpreso da amici e conoscenti che notavano un cambiamento nel mio modo di essere e nel mio modo di suonare. Passarono i giorni, le settimane. In pochi mesi – anche se le prove e i momenti difficili non vennero meno – feci ciò che in lunghi anni non ero riuscito a fare, sia nella vita spirituale sia nell’attività musicale. Esteriormente non era cambiato nulla; di fatto però, quel nuovo stato d’essere vivificava ogni mia azione, ogni mio pensiero e generava in me tante idee nuove. Iniziai a comprendere che il senso del Trascendente è insito in ogni autentico processo artistico-creativo e si rivela all’uomo nella misura in cui egli lo cerca aprendo il proprio cuore. Mai come in quel periodo mi convinsi che la fede è una forza che si comunica e che si ha il dovere di trasmettere e di condividere con il prossimo.

Tornai a Medjugorje nel dicembre dello stesso anno e di nuovo nell’estate del 1986. Nacque un sincero legame d’amicizia con Padre Slavko Barbarić, che invitai per un incontro di preghiera al Santuario (oggi Basilica) di Santa Maria dei Miracoli a Morbio Inferiore.

Nel mese di marzo 1987, durante un pellegrinaggio giovanile, ci fu un’importante svolta nel mio cammino di conversione.

 

3 marzo 1987

Padre Slavko mi invitò ad assistere a una delle apparizioni, che in quel periodo avvenivano in un locale della canonica. Fu per me una grazia particolare, un dono inaspettato. Infatti, considerate le ridotte dimensioni della stanza, solo poche persone avevano la possibilità di accedervi. Anche quella sera centinaia di fedeli vegliavano sul piazzale parrocchiale. La scena era impressionante e commovente: bambini, giovani, uomini e donne d’ogni età pregavano e aspettavano.

Verso le 17.00 entrai nella canonica con Padre Slavko. Poco dopo sopraggiunse Jakov, il più piccolo dei veggenti, che si unì a noi nella recita del Rosario. Alle 17.40 iniziò la preghiera che precede l’apparizione.

D’un tratto Jakov cade in ginocchio. I suoi occhi sono raggianti. Muove le labbra ma non si sentono le parole. Il misterioso incontro con la Madonna è iniziato. Il ragazzo esce dallo spazio e dal tempo e non ha più nessun contatto con il mondo esterno. A tratti il suo viso si vela di tristezza, lo sguardo è sempre attento e vivo, il dialogo è intenso. Tutto avviene con grande naturalezza e semplicità. La gente presente è immobile; il silenzio è straordinario. Sembra che il tempo si sia fermato davvero. Dopo qualche minuto Jakov rientra nella realtà terrena. L’apparizione è terminata.

Le parole non potranno mai descrivere un evento sovrannaturale. Posso solo affermare che quei momenti – e altri che seguirono – mi spinsero a credere che Medjugorje è veramente un dono di Dio all’umanità e alla Chiesa.

Quel giorno confidai a Padre Slavko che l’esperienza di fede vissuta a Medjugorje aveva creato in me la volontà di dedicarmi ad un’opera caritatevole, rivolta in modo particolare all’infanzia bisognosa. “Non preoccuparti,” – mi disse il Padre – “al momento opportuno la Madonna ti mostrerà la giusta via”.

 

Medjugorje per l’Infanzia

Durante i mesi successivi presi contatto con diverse organizzazioni umanitarie che però, purtroppo, per il loro agire tendente verso particolari dottrine politiche e ideologiche, non mi convinsero pienamente. Era mio desiderio dar vita ad un organismo che, oltre ad operare in qualsiasi Paese ove vi fossero necessità urgenti, potesse portare non solamente aiuti materiali, ma anche un sostegno morale e spirituale nel segno di quell’autentica fratellanza cristiana che avevo scoperto a Medjugorje.

Il 31 dicembre 1987, con atto notarile firmato presso uno studio legale di Chiasso, nacque così la Fondazione Medjugorje per l’Infanzia, che due mesi più tardi fu ufficialmente riconosciuta dalla Confederazione svizzera. 

 

 

 

Capitolo 3

I primi anni

 

Bombay

Poco dopo aver costituito la Fondazione, incontrai un sacerdote di vecchia conoscenza che da anni non vedevo. Mi parlò di un suo viaggio in India, dove aveva conosciuto una congregazione di suore, le Helpers of Mary, che intendeva costruire una nuova casa per bambini abbandonati e figli di lebbrosi a Valiv, un villaggio poco distante da Bombay. Il sacerdote mi mostrò un documentario sull’operato delle giovani religiose, conosciute anche come Suore del Sorriso. Proprio quel loro sorriso e l’espressione dei bambini costretti a vivere negli slums e sui marciapiedi mi indussero a dare inizio in India all’attività della Fondazione. 

 

Due anni di lavoro

I pellegrini ticinesi che si recavano a Medjugorje erano sempre più numerosi. Molti di loro presero contatto con la Fondazione e contribuirono alla raccolta dei fondi. Inoltre si cominciò a pubblicare con regolarità un foglio informativo.

Dopo un anno di lavoro Medjugorje per l’Infanzia contava seicento benefattori.

Nell’intento di estendere il più possibile il raggio d’azione della Fondazione, invitai diversi artisti ed esponenti del mondo culturale e religioso a far parte del Comitato e del Consiglio di Fondazione. Gli appoggi dei nostri nuovi amici ci permisero di organizzare vari concerti di beneficenza a Lugano. Si era formata una grande famiglia che camminava sulla stessa via: quella della solidarietà verso i bambini bisognosi.

All’inizio del 1989 i fondi necessari per la costruzione della casa di Bombay-Valiv erano stati raccolti. Il 1° gennaio dell’anno seguente la prima opera della Fondazione era in piena attività.

 

Lettera da Valiv

Bombay-Valiv, 1° gennaio 1990

Mi trovo a Valiv, un piccolo villaggio situato a 70 km da Bombay, ricco di piante tropicali, palme e fiori, un’oasi di pace immersa in aria pura. Tra una folla di bambini entusiasti, con il tradizionale taglio del nastro, abbiamo appena inaugurato la nostra casa, la “Angels Villa”. È una bellissima e solida costruzione di color rosa divisa in vari settori destinati ad accogliere una sessantina di orfani.

Raramente mi è capitato di incontrare bambini tanto educati, sensibili e intelligenti. Con spontaneità commovente mi hanno mostrato ogni particolare della casa e del giardino, il presepe, la statua della Madonna.

È sorprendente come le situazioni vissute questa settimana a Bombay mi abbiano fatto rivivere gli stati d’animo provati a Medjugorje. Lo stesso sentimento di desolazione che mi pervase quando arrivai per la prima volta nel paesino jugoslavo l’ho ritrovato ieri, appena arrivato a Bombay, passando accanto agli slums, dove migliaia di persone vivono in condizioni indescrivibili. Il medesimo sentimento di gioia provato nella chiesa di Medjugorje, l’ho rivissuto oggi, qui a Valiv, fra questi bambini. Un ennesimo segno che mi induce a credere ancora più profondamente nella Provvidenza e nella Chiesa. Nella Chiesa mirante a mantenere viva una fede che si manifesti in amore verso gli altri e che rifiuti qualsiasi atto che possa nuocere all’unità dei popoli, delle nazioni, dei cristiani.

Mai scorderò l’affetto sincero dei bambini di Valiv. Solo chi non ha vissuto realmente una tale esperienza può giudicare inutili gli aiuti all’infanzia del Terzo Mondo. Molti bambini destinati a morire di fame o alla prostituzione sono stati salvati. Molti sono qui, accanto a me. Sono bambini felici, che si accontentano di poco e che nutrono un solo desiderio: studiare, avere la possibilità di lavorare e aiutare altri bambini ad uscire dalla tremenda situazione che li opprime. Moltissimi bambini attendono il nostro aiuto, senza il quale non avranno nessuna possibilità di sopravvivere.

Qui a Bombay mi sono reso conto che la loro vita dipende da noi. Tante nostre piccole rinunce possono salvare migliaia di bambini. I miracoli possono succedere grazie alla nostra fede.

Questa sera, ripensando alla giornata trascorsa, mi sembra d’essermi risvegliato da un meraviglioso sogno... E invece no, quello che oggi ho visto realizzato a Valiv è realtà. 

 

Un altro incontro

Dopo Valiv era tempo di pensare ad un nuovo progetto. In quel periodo Padre Slavko mi parlò di Padre Giuseppe Sometti, un missionario che operava a favore dei bambini abbandonati nelle strade di San Paolo del Brasile. Mi misi in contatto con lui e lo incontrai a Lugano. Rimasi colpito dalla sua personalità, sempre positiva e sorridente. Mi parlò dell’idea di costruire un villaggio per orfani a Itapetininga, città poco distante da San Paolo, dove aveva ricevuto in donazione un grande appezzamento di terreno. Padre Sometti era la persona ideale a cui affidare la nostra seconda opera.

Anche in questo caso gli aiuti giunsero provvidenzialmente, secondo le necessità. Furono pure organizzate diverse manifestazioni benefiche a Lugano, tra cui una serata con i finalisti del Concorso Luciano Pavarotti di Philadelphia, un concerto con il Coro dell’Antoniano di Bologna e un recital di Katia Ricciarelli. Così, durante gli anni 1991-92 la Fondazione finanziò la costruzione di tre case e di un’officina di lavoro.

 

Un primo traguardo

Nel 1992 festeggiammo il quinto anniversario della nascita della Fondazione. Tra le varie iniziative, quale mio personale contributo, incisi un CD con musiche di Mozart e Chopin, la cui registrazione fu realizzata nella chiesetta di Santa Maria a Mendrisio: rimarrà sempre fra i miei ricordi più belli.

Nel corso dell’anno, grazie alla pubblicazione di uno speciale opuscolo inviato a tutte le economie domestiche del Ticino, il numero degli Amici della Fondazione si triplicò: un dato che spinse tutti i collaboratori a lavorare con ancor più entusiasmo.

La celebrazione ufficiale del quinto anniversario ebbe luogo al Palazzo dei Congressi di Lugano il 6 marzo 1993 e vi parteciparono Mons. Eugenio Corecco, Vescovo della diocesi di Lugano, e Padre Jozo Zovko, parroco di Medjugorje all’epoca dell’inizio delle apparizioni.

La sala era gremita. La profonda riflessione introduttiva di Mons. Corecco suscitò viva commozione in sala e un fragoroso applauso. La Santa Messa fu celebrata da Padre Jozo. Egli, dapprima scettico di fronte alle apparizioni ma poi convinto difensore dei sei giovani veggenti, era stato accusato di essere l’artefice di una montatura e per questo dovette subire umiliazioni a non finire, torture e persino il carcere. Malgrado ciò ha continuato a prodigarsi con forza inarrestabile per la causa di Medjugorje. Nonostante i numerosi inviti non aveva mai accettato di uscire dai confini della sua amata terra per tenere incontri di preghiera, ma, fra lo stupore di tutti, in occasione dei festeggiamenti per il nostro quinto anniversario, infranse la regola e da quel giorno iniziò a testimoniare e a tenere incontri di preghiera in ogni parte del mondo. Le parole di Padre Jozo – che non esitò a rimproverare senza mezzi termini i più potenti capi di Stato che calpestano i Comandamenti di Dio – segnarono nel profondo i numerosi amici presenti in sala.

Il nostro anniversario coincise con l’inizio di una fruttuosa collaborazione con Padre Jozo e Padre Slavko nella realizzazione di progetti a favore dell’infanzia bisognosa della Croazia e della Bosnia-Erzegovina.

  

 

 

Capitolo 4

La guerra

 

Un appello urgente

Dopo il nostro sostegno iniziale, Padre Sometti – grazie alle sue interessanti pubblicazioni e alle conferenze tenute in Italia e in Brasile – trovò molte persone disposte ad aiutarlo. Anche i benefattori delle Helpers of Mary di Bombay divennero sempre più numerosi. Molti orfani, ormai adulti, contribuivano alla cura e alla formazione dei nuovi arrivati. Le prime due opere finanziate dalla Fondazione erano dunque autosufficienti. L’obiettivo era stato raggiunto.

Nel frattempo, in Jugoslavia, una violenta guerra etnica che avrebbe diviso e insanguinato l’intero Paese stava assumendo dimensioni impressionanti.

Il 24 giugno 1981 la Madonna apparve per la prima volta a Medjugorje. Due giorni dopo disse ai sei ragazzi: “Pace, pace, pace. Riconciliatevi!”. E in seguito: “Con la preghiera e il digiuno si possono allontanare anche le guerre!”. Purtroppo nessuno diede importanza a quelle parole. Dieci anni più tardi, il 25 giugno 1991, il Parlamento di Belgrado dichiarò illegale la proclamazione d’indipendenza di Slovenia e Croazia ed ebbe così inizio una delle più sconvolgenti guerre del secolo, che negli anni 1992-95 coinvolse anche la Bosnia Erzegovina. Solo allora si comprese l’importanza del messaggio della Vergine, ma ormai era tardi. A pochi chilometri da Medjugorje lo scenario era apocalittico: massacri, distruzioni, torture, campi di concentramento. Era chiaro che la nostra terza opera doveva sorgere proprio là, dove la Fondazione era nata. 

 

Medjugorje, oasi di Pace

Secondo molti osservatori, Medjugorje, nel corso della guerra, avrebbe dovuto essere annientata. Nonostante ciò quel luogo benedetto rimase intatto. Non ci furono né morti, né distruzioni. L’unica bomba che cadde (poco distante dalla chiesa) inspiegabilmente non esplose. L’ordigno fu esposto per molto tempo sul piazzale parrocchiale. Durante tutto il periodo del conflitto, Medjugorje continuò a rimanere un’oasi di pace. Il forte afflusso di profughi spinse Padre Slavko a creare a Medjugorje il Villaggio della Madre, un centro d’accoglienza per orfani di guerra. Il Padre mi parlò del progetto e la nostra Fondazione gli assicurò il finanziamento per la costruzione di una casa.

I lavori iniziarono nei primi mesi del 1995. I soldati dell’ONU presenti nella zona di Medjugorje si misero gratuitamente a disposizione per gli scavi e il 27 giugno 1995 la casa Germogli fu inaugurata ufficialmente. Tutti i bambini ospitati – assistiti dalle suore scolastiche francescane del luogo – poterono così iniziare a frequentare regolarmente la scuola e ritrovarono la gioia di vivere. Fra essi vi era pure un bambino un po’ speciale. La madre infatti, qualche anno prima, disperata e sconvolta dall’esperienza della guerra, aveva manifestato l’intenzione di abortire, ma grazie all’intervento dei francescani la giovane donna cambiò idea. Oggi quel bimbo è un giovane felice.

Durante i gelidi inverni di quegli anni, inviammo anche aiuti urgenti nella martoriata Sarajevo e in alcuni campi profughi delle zone più colpite. Iniziative che presero vita in modo particolare durante il periodo natalizio e che, grazie anche alla collaborazione della stampa, coinvolsero un gran numero di benefattori. La Fondazione riuscì così a spedire in Bosnia duecento kit contenenti indumenti invernali e oltre diecimila confezioni di alimenti per bambini. Un fatto che dimostrò per l’ennesima volta la generosità del popolo ticinese.

 

Il dopoguerra

La guerra terminò, ma le ferite che lasciò nel Paese erano disastrose. Era necessario infondere coraggio ai sopravvissuti e dare una casa agli orfani che avevano perso i genitori.

Medjugorje per l’Infanzia sostenne regolarmente l’opera di Padre Slavko e Padre Jozo che prevedeva l’ampliamento del Villaggio della Madre, la costruzione di un orfanotrofio a Široki-Brijeg, adozioni a distanza, borse di studio per giovani meritevoli e cure mediche.

A Padre Jozo il governo croato mise a disposizione l’isola di Jaklian (Dubrovnik), dove furono ristrutturati alcuni vecchi edifici per l’accoglienza di orfani e vedove durante i mesi estivi.

 

Germogli

Il numero sempre crescente degli Amici della Fondazione rese indispensabile la creazione di un organo d’informazione che potesse meglio illustrare il nostro operato. Durante la primavera del 1995, proprio contemporaneamente alla costruzione della casa di Medjugorje, nacque così la rivista Germogli, che ottenne subito consensi anche fra molti bambini e giovani ticinesi, ai quali è riservata una pagina per loro scritti e testimonianze.

 

Una nuova guerra

Nel giugno del 1996 una campagna di disinformazione contro Medjugorje dilagò a macchia d’olio a livello internazionale. Non era la prima volta che certa stampa (anche di matrice cattolica) attaccava Medjugorje tentando di dissuadere i fedeli dal recarvisi in pellegrinaggio, ma in quell’occasione i toni furono particolarmente aggressivi: No del Vaticano a Medjugorje, Il Vaticano vieta i pellegrinaggi a Medjugorje, titolavano alcune importanti testate.

Non riuscivo a comprendere come si potessero diffondere confusione e scorrettezze nei confronti di un evento che aveva rinnovato intere diocesi portando alla Chiesa un numero incalcolabile di gruppi di preghiera e di vocazioni sacerdotali e religiose. Chi spingeva e spinge tuttora folle oceaniche di giovani a recarsi con grandi sacrifici proprio a Medjugorje anziché in altri luoghi di pellegrinaggio più pubblicizzati e più facilmente raggiungibili? Perché proprio là – quotidianamente e in numero così costantemente massiccio – questi giovani sperimentano in profondità la forza del Vangelo, stanno ore in adorazione davanti all’Eucaristia e sentono un forte desiderio di accostarsi ai Sacramenti?

Non c’è albero cattivo che dia frutti buoni; e i frutti dell’albero Medjugorje sono buoni, tutti lo riconoscono. I tentativi di distruggere Medjugorje si sono rivelati un fallimento. Durante il periodo in cui la campagna di disinformazione fu più forte, i pellegrinaggi aumentavano di giorno in giorno: milioni di pellegrini, sacerdoti e vescovi continuavano a recarsi nel paesello dell’Erzegovina manifestando il loro entusiasmo. Ancora oggi (le apparizioni sono tuttora in corso) il numero dei pellegrini è in costante aumento, ma in certi ambienti (fortunatamente sempre più ristretti) si continua a screditare l’evento senza addurre motivazioni plausibili, senza conoscere realmente i fatti e in alcuni casi senza nemmeno aver visitato il luogo. C’è chi sostiene, volendo quasi porre dei limiti alla Grazia di Dio, che il numero delle apparizioni è esagerato e che i messaggi sono troppo semplici e scritti dai frati della parrocchia. Altri creano gran confusione rianimando vecchie diatribe tra francescani e clero secolare in Erzegovina, nonché problemi legati a singoli religiosi (o a comunità religiose) che nulla hanno a che fare con le apparizioni. Altri ancora arrivano a considerare Medjugorje come un potente “strumento” creato in preparazione alla guerra di Bosnia degli anni ’90 per giustificare presunte “pretese cattoliche” nella multireligiosa ex-Jugoslavia. Si pubblicano articoli e libri che attaccano i veggenti, i francescani e gli abitanti della regione, che sarebbero tutti astuti promotori di una diabolica messinscena architettata unicamente per trarre vantaggi economici a scapito di pellegrini ingenui e incapaci di discernimento. E si denigrano pure gli autori di importanti saggi, riprendendo controversie chiarite da autorevoli teologi già da molti anni. Di tanto in tanto spunta anche qualche psicologo che “analizza” i pellegrini, riducendo l’azione della Grazia a “manifestazioni di autosuggestione”. Con questo non voglio negare che a Medjugorje, come in qualsiasi altro luogo di culto, tra i fedeli possano manifestarsi situazioni di autosuggestione, di eccessiva enfasi o altri fenomeni marginali e importuni da cui ci si deve distanziare.

Sino ad oggi la Chiesa non ha mai espresso giudizi negativi sull’evento Medjugorje; lascia maturare i frutti, esamina le testimonianze, vaglia i messaggi e solo al termine delle apparizioni si pronuncerà ufficialmente. Al giudizio negativo del vescovo di Mostar (sotto la cui giurisdizione ricade la parrocchia di Medjugorje) la Santa Sede – tramite il segretario di Stato Cardinal Tarcisio Bertone – ha recentemente risposto che “le dichiarazioni del vescovo di Mostar riflettono un’opinione personale, non sono un giudizio definitivo e ufficiale della Chiesa”.

In questi anni ho conosciuto diversi Padri francescani della parrocchia di Medjugorje; sono mirabili uomini di Chiesa che vivono il Vangelo in tutta la sua profondità: ore di preghiera quotidiana, digiuni e grandi sacrifici che autenticano le loro numerose opere caritatevoli e il loro servizio ai pellegrini.

Lo stesso vale per i sei veggenti; avendo liberamente scelto la via del matrimonio, testimoniano come attraverso questo sacramento, conducendo una normale vita di padri e di madri di famiglia, si possa compiere un autentico cammino di fede.

Sagge le parole conclusive di una conversazione che ebbi con un simpatico vescovo: “Non bisogna temere, La Madonna vincerà!”.

 

 

 

Capitolo 5

Una conferma

 

Nel corso degli anni 1997-99, parallelamente al finanziamento delle opere curate da Padre Slavko e da Padre Jozo, la Fondazione sovvenzionò importanti progetti in Romania, Madagascar, Polonia, Kosovo, Russia e Ucraina, che comprendevano ristrutturazioni di orfanotrofi, adozioni a distanza, borse di studio, soccorsi urgenti e l’invio di alimenti, indumenti e medicinali.

Furono numerose anche le manifestazioni di beneficenza organizzate per la raccolta dei fondi. Fra le tante, ricordo il memorabile concerto della Chamber Orchestra of Europe diretta da Carlo Maria Giulini, con la partecipazione di Kolja Blacher, primo violino dei Berliner Philharmoniker, che ebbe luogo al Palazzo dei Congressi di Lugano il 28 ottobre 1997 in occasione del decimo anniversario della nascita della Fondazione. 

La fede scoperta a Medjugorje non era mai venuta meno, sia nei momenti di gioia sia in quelli più difficili, e nel corso degli anni aveva creato in me la convinzione che la nostra opera dovesse percorrere la via del Vangelo e della Chiesa. Ma agli inizi del 1998, proprio a riguardo delle apparizioni di Medjugorje e della mia esperienza di fede, per la prima volta fui preso da dubbi, dalla tentazione di ridurre tutto a una sorta d’illusione, arrivando persino a dubitare dell’autenticità dei fondamenti della Rivelazione cristiana. Mi sentii smarrito, avvolto da un grande senso di aridità.

Fu allora che inaspettatamente accaddero due fatti che mi diedero un nuovo impulso a continuare sulla strada intrapresa. Tutto avvenne in relazione a due miei incontri con Giovanni Paolo II, legati a due date particolari.

La missiva vaticana che mi invitava a una Messa privata nell’appartamento del Papa era datata 25 febbraio (1998). Il 25 è il numero-simbolo di Medjugorje, il giorno in cui ricorre l’anniversario delle apparizioni. Il mio secondo incontro con il Santo Padre ebbe invece luogo il 20 febbraio (1999), giorno dell’anniversario della mia conversione a Medjugorje. Due coincidenze che – verificatesi senza alcuna influenza né da parte mia né tanto meno da parte del Vaticano – hanno per me un significato non casuale. Così come non credo che sia stato un caso – dopo il mio rientro dalla seconda udienza – aver ascoltato una catechesi di Padre Livio Fanzaga, nella quale il noto direttore di Radio Maria, parlando delle apparizioni di Fatima e di Medjugorje, rimarcò con il suo solito vigore: “La Madonna molto spesso ci dà delle conferme con i numeri, attraverso date particolari!”.

 

Incontro con Giovanni Paolo II

Mi trovo davanti al grande portone di bronzo in Piazza San Pietro. Accanto a me ci sono alcuni vescovi e sacerdoti. L’emozione è grande. Le guardie svizzere ci accompagnano al Cortile di San Damaso, poi in ascensore sino alla terza loggia del Palazzo Apostolico e quindi all’entrata dell’appartamento papale. Mons. Stanislao, segretario personale del Pontefice, ci saluta cordialmente e dopo una breve attesa ci conduce nella cappella privata.

Il Santo Padre è inginocchiato davanti al tabernacolo, ricurvo, impietrito.

Un impatto impressionate. La malattia pesava già gravemente sul suo fisico.

D’un tratto solleva la testa dicendo “Sia lodato Gesù Cristo”. Aiutato da Mons. Stanislao, si alza e si prepara per la Santa Messa. A stento muove qualche passo verso il piccolo altare.  Si gira verso gli invitati. I nostri sguardi si incrociano: il suo leggermente incuriosito, il mio quasi incredulo. La devozione, l’amore e la cura con cui celebra la Messa sono commoventi. Il suo volto mentre contempla l’Ostia consacrata mi colpisce profondamente.

Furono momenti che non potrò mai dimenticare.

Dopo la Messa, Giovanni Paolo II mi saluta, scambia qualche parola e mi dona un rosario.

La conferma era giunta.

 

  Foto Mauro Harsch